Il Museo della ceramica di Montelupo Fiorentino affascina per la varietà delle sue collezioni, ma incuriosisce anche per la manifattura delle sue maioliche. Davanti a tante opere nasce spontanea una domanda: come si realizzava la maiolica in passato? Comprendere come si riusciva a fare la maiolica significa entrare nel cuore della tradizione ceramica montelupina, scoprendo un processo fatto di passaggi lenti, competenze precise e grande attenzione ai dettagli.
La lavorazione della maiolica nel percorso del Museo
Il Museo della ceramica vanta un percorso espositivo articolato su due piani, che comprende opere dalla fine del Duecento al Settecento, selezionate tra oltre 5.550 manufatti conservati nei depositi. Piatti, boccali e scodelle raccontano secoli di storia, ma allo stesso tempo suggeriscono una domanda comune: come venivano realizzate queste ceramiche?
Per rispondere, è necessario dall’origine. La ceramica, dal greco kéramos, è un materiale inorganico e non metallico. All’inizio è morbida e modellabile (detta argilla), poi, grazie alla cottura, diventa dura e resistente. Il colore dipende dagli ossidi presenti nell’argilla, come ferro o titanio. Nel tempo si sono sviluppate due grandi categorie: le ceramiche a pasta compatta, come gres e porcellane, e quelle a pasta porosa, come terraglie, terrecotte e maioliche. Proprio queste ultime hanno reso Montelupo celebre fin dal XIII secolo.
La lavorazione della maiolica: dalla preparazione alla prima cottura
Per fare la maiolica, il primo passo è la preparazione dell’argilla. Il materiale estratto dal terreno viene depurato da sostanze vegetali e organiche, poi lavorato per eliminare i gas residui e renderlo compatto. Solo a questo punto si passa alla foggiatura, cioè alla modellazione della forma desiderata. Tra le tecniche più antiche e diffuse spicca il tornio, che consente di ottenere forme regolari e funzionali.
Conclusa la modellazione, l’oggetto viene lasciato essiccare lentamente. Questa fase è fondamentale, perché prepara il pezzo alla prima cottura. Il manufatto essiccato viene cotto in forno a circa 980 °C. Dopo questo passaggio, l’oggetto diventa solido e prende il nome di “biscotto”. Il calore provoca una lieve variazione di volume e di colore, rendendolo pronto per le fasi successive.
La lavorazione della maiolica tra smalto, decoro e fuoco
Il passaggio successivo è la smaltatura. Il biscotto viene ricoperto di uno smalto bianco impermeabile, che crea una superficie luminosa e uniforme. Su questa base si realizza la decorazione, a mano libera oppure tramite lo spolvero, una tecnica che permette di trasferire il disegno prima di dipingerlo.
Infine, la seconda cottura, a temperature comprese tra 620 e 650 °C, fissa definitivamente smalto e colori. È in questo momento che l’oggetto completa la sua trasformazione e diventa una vera maiolica, pronta per l’uso o per essere ammirata.
La lavorazione della maiolica oggi, tra tradizione e futuro
Ancora oggi, a Montelupo, fare la maiolica significa seguire questi stessi passaggi, con tempi lenti e grande cura. I ceramisti del territorio continuano a portare avanti questa tradizione, rendendola attuale e contemporanea. Grazie alla Strada della ceramica, che riunisce le botteghe locali, il sapere artigianale continua a vivere e a rinnovarsi.
Un ruolo centrale lo svolge anche la Scuola di ceramica, vero punto di riferimento per il futuro della produzione artistica. Ogni anno propone corsi amatoriali, hobbistici e professionalizzanti, offrendo a chi lo desidera la possibilità di trasformare una passione in un lavoro.
Il Museo della ceramica racconta tutto questo. Non solo espone opere, ma spiega cosa significa davvero fare la maiolica: un equilibrio prezioso tra tecnica, esperienza e creatività che attraversa i secoli e continua a parlare al presente.
